la condanna iniqua della Chiesa


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ragione e fede: la quadratura di un cerchio
Ritenere che la ragione e la fede siano complementari è assurdo: se la ragione dimostra, la fede non serve. Diversamente, la fede non parte da dove la ragione finisce, ma da dove la ragione fallisce. Se è necessaria la fede, ad esempio, è solo nel caso non si giunga a dimostrare l'esistenza di Dio. Per la Chiesa Cattolica, l'esistenza di un Dio personale è dogma. (Credo in Dio, Padre Onnipotente...) Parlarne qui sarebbe offtopic (aggiungerò un link quando avrò completato un articolo dedicato a questo argomento), perciò mettiamoci nei panni del credente animato da una fede potente, ma che ritenga impossibile pervenire con la sola ragione all'esistenza di Dio, inteso come entità onnipotente e buona che ha a cuore il nostro destino. Ma allora, posto che non si riesca a dimostrare l’esistenza di un Dio personale, è ragionevole vivere da atei oppure credere per fede? A Madre teresa, che ha dei dubbi sull’esistenza di Dio, non viene fatto alcun ragionamento ma viene detto che, anche qualora lei non ci creda, Lui le è accanto lo stesso (possibilissimo, del resto); il suo confessore, insomma, spiega la mancanza di fede non come la mancanza di una prova di Dio, ma come una prova a cui Dio sottopone l'essere umano. Esortava allo stesso modo anche il mio padre spirituale: "quando vieni assalito dai dubbi, prega; i ragionamenti lasciali agli scettici". Questo è interessante, perché mostra la totale irrazionalità della fede: (credo perché è assurdo, dice infatti Tertulliano) se sento Dio allora c’è, se invece ho dei dubbi, mi sta mettendo alla prova.
Siamo cioé alle prese con un sistema di enunciati circolare, che si può aforismare con una tautologia: la fede non ama la ragione: ama la fede.
("Beati quelli che pur non avendo visto crederanno")
Per questo sarebbe inutile interpretare dall'esterno la disperazione interiore di Teresa senza adentrarci nei suoi valori e nella sua visione del mondo.


viaggio al cuore del cattolicesimo
I pilastri su cui poggia la fede cattolica sono:

1.la morte e la sofferenza come frutto del peccato
2.il piano di salvezza di Dio Padre tramite il sacrificio del Figlio
3.una seconda vita in Dio, libera da morte e sofferenza
4.la salvezza riposta nell'adesione alla Chiesa
(Cfr At, Rm, Ef, 1 e 2 Cor)

Se uno solo di questi pilastri cede, rovina la fede cattolica.
Per capire questa concatenazione, percorriamo queste fondamenta in senso inverso, partendo quindi dall'adesione del credente - di Teresa - alla Chiesa.
4.La Chiesa, nei tanti paesi del mondo a prevalenza cattolica, non è ritenuta una comune istituzione secolare nata da leggi umane, come ad esempio la Cassazione, la S.I.A.E, il CERN... Al contrario, come ben sappiamo, i doveri morali stabiliti dalla Chiesa hanno larga eco sociale (arrivando a influenzare le leggi civili) perché i credenti riconoscono nella Chiesa un mandato di origine divina (ed è dogma) che la rende depositaria della fede. Il cui oggetto è un corpus di verità che riguardano principalmente: l'origine dell'universo creato (dogma) da tre Persone unite in un'unica sostanza divina (dogma), l'incarnazione duemila anni fa della Seconda Persona poi risorta e tornata in cielo, la costituzione degli esseri umani come corpo e spirito, l'esistenza degli angeli tra cui quelli che si sono ribellati diffondendo il male, la caduta umana e il piano di salvezza. (Tutti principi dogmatici) Questa dottrina si articola poi con rigore fin nei dettagli, stabilendo ad esempio l'inflazione dell'anima nel momento del concepimento, la subordinazione della sessualità alla riproduzione, la sacralità dei sette sacramenti, il celibato sacerdotale, la transustanziazione e via dicendo; da questa precisa dottrina vengono desunti i doveri morali.
3.Il lieto annuncio del Vangelo è che tramite Gesù possiamo venire salvati, cioé ricevere la Grazia o altri doni spirituali in questa vita, ma sopratutto risorgere dalla morte (dogma) per vivere senza pena e immortali in Dio.
2.I Vangeli terminano narrando come Gesù, dopo essere morto, ricompare agli apostoli e a centinaia di seguaci perché è risorto, (dogma) e poi li lascia ascendendo in cielo. (Dogma) Si può essere tentati a credere che questa incredibile storia sia un mito edificante da interpretare solo in chiave allegorica: potrebbe essere stata, ad esempio, l'esperienza interiore di Dio vissuta dagli evangelisti, che in seguito l'hanno fabulata affinché venisse compresa. Il teologo monsignor Ravasi, ad esempio, talvolta lascia intendere che c'è stata una parziale fabulazione, per quanto la Chiesa ufficiale dichiari che la resurrezione sia "un avvenimento storico constatabile attraverso segni e testimonianze". (paragrafo 639 del CCC) Lasciando tali questioni ai teologi (che ne dicono talmente tante da far diventare la fede cattolica più viscida di un'anguilla), qualunque sia la natura della salvezza: Cristo sconfigge la sofferenza e la morte se sono conseguenze del peccato.
Affinché sofferenza e morte siano sconfitte da Cristo, non possono essere il naturale stato delle cose, perciò il peccato non può essere una semplice metafora, e neppure può essere connaturato agli esseri umani: deve essere un avvenimento storico che ha corrotto l'originale stato delle cose deciso da Dio, perciò da lui ripristinabile. “Per giustizia divina, la razza umana è stata consegnata al potere del demonio, poichè il peccato del primo uomo è trasmesso dalla nascita a tutti quelli che nascono dall'unione carnale di persone dei due sessi, ed il debito dei progenitori vincola tutta la posterità.”
(p. 221, The Later Christian Fathers [Gli ultimi Padri della Chiesa Cristiana], Bettinson)
L'anguilloso teologo cattolico (cattolico?) Vito Mancuso, dopo aver negato la storicità della resurrezione, ritiene superato anche il dogma del peccato, ma la sua teologia è stata immediatamente sconfessata come non conforme alla dottrina. Perché anche tentando di spogliare sistematicamente la dottrina cattolica di ogni possibile opinabilità (gettando a mare dogmi a manciate), non si può negare il peccato come avvenimento storico senza perdere il valore della salvezza ultramondana, e perciò appiattire il cristianesimo a vaghe aspirazioni di fratellanza universale. Questa deriva, pensiamo a Tolstoj, è definita sincretismo, che per la Chiesa fa parte della 'massonica' New Age, ed è completamente al di fuori dalla dottrina. (E scomunicata ex cathedra, comparendo tra le sette nel CESNUR)


l'autorità morale della Chiesa è giustificata dal peccato universale
Solo se anche io e te, insieme a Teresa e a tutti gli esseri umani siamo condannati alla morte dal peccato, possiamo aspirare alla vita eterna tramite la salvezza di Cristo nella Chiesa. E la Chiesa offre la salvezza dal peccato tramite riti come la confessione e osservando i doveri morali che stabilisce.
Se al contrario non fosse accaduto un peccato, come abbiamo visto: la morte sarebbe il naturale stato delle cose, ma quindi non ci sarebbe salvezza ultramondana; ma allora i peccati mortali (divorzio, unioni extramatrimoniali, omosessualità, pratiche anticoncezionali non naturali, aborto e pillola del giorno dopo, ricerca staminale sugli embrioni, eutanasia, interruzione di alimentazione artificiale), che sono sotto scomunica e fanno uscire dalla Chiesa e dalla Grazia, si rivelerebbero vessazioni arbitrarie imposte da un potere umano, allo scopo di preservare particolari interessi o personali tradizioni. Molti cattolici annacquano la dottrina della Chiesa per modernizzarla; in tal caso, e ben volentieri, concordo con loro se sostengono che la Chiesa non ha un mandato divino che avalli la sua morale. Perché allora, finalmente, il papa opina ciò che vuole, intorno all'anima e al suo rapporto con Dio; ma il cittadino non cattolico dovrebbe quindi poter compiere ricerche sulle staminali, essere gay, abortire e chiedere l'interruzione delle cure come Piergiorgio Welby senza tanti scandali e vessazioni legali. Perché l'unica cosa che mi interessa, come cittadino ateo, è di non subire leggi giustificate su dottrine astruse.
Di fatto, però, nei paesi a maggioranza cattolica non è così. E il peccato?


di chi è la colpa del peccato?
Come può la razza umana compiere azioni? Sono gli individui che agiscono. Potrebbe darsi quindi che ogni individuo compia il peccato in senso figurato. Ma come potrebbe, un individuo, agire in senso figurato, o astrattamente, o mitologicamente? O agisce per scelta, oppure è così per natura. Se però un individuo (o l'umanità nel suo insieme) fosse peccatore per natura, la colpa ricadrebbe sull'artefice. Ma se Dio ci avesse creato connaturalmente peccatori, o non sarebbe buono oppure non sarebbe onnipotente, e in entrambi i casi la salvezza in Cristo sarebbe vana. La salvezza di Cristo, perciò, prevede che ogni essere umano nasca peccatore senza che la colpa sia di Dio. La fede cristiana può in effetti essere vista come una grande teodicea, cioé un apparato dottrinale eretto per giustificare la bontà e l'onnipontenza di Dio. Scrive nelle Confessioni Sant'Agostino, dopo che morì suo figlio ancora piccolo, Adeodato: “Dio produce del bene nel correggere gli adulti quando essi sono puniti con la sofferenza o la morte dei figli che sono loro cari... Poichè coloro ai quali ciò è accaduto, o saranno degli uomini migliori se si correggono dopo queste sventurate tempeste e decidono di vivere meglio; o essi non avranno alcuna giustificazione quando saranno puniti nel giudizio finale, se sotto i colpi della pena che hanno subito durante la loro vita, essi rifiutano di cercare la vita eterna.


l'iniquità della colpevolezza di razza
Ma affinché del peccato sia colpevole ognuno di noi, sarebbe necessario, in qualunque etica razionale, che sia stato compiuto da ognuno di noi.
Questo, però, è inconcepibile.
La verità, lampante, cristallina, è che: un neonato non può essere responsabile di una colpa mortale. Eppure, in un modo o nell'altro, ne subisce tutte le conseguenze. Questo 'in un modo o nell'altro', è la sintesi di una disamina complicatissima che per completezza riporto, ma che si adentra tra concetti il cui significato, invece che diventare via via più chiaro con il maturare della teologia, diventa al contrario sempre più vago.
Nella natura come la conosciamo noi, la maggior parte delle forme di vita si cibano di altri esseri viventi e ogni essere vivente è destinato a morire. L'intera sofferenza del mondo, non potendo essere il naturale stato delle cose, è attribuita a quegli angeli o quei primi esseri umani che hanno compiuto il peccato. Ma quel che è peggio, è che ogni essere umano, dal momento della caduta, non solo subisce gli effetti di una colpa di cui non è responsabile, ("lavorerai la terra col sudore, partorirai con dolore", eccetera) ma nasce nel peccato. Cioé incline al peccato e destinato a essere fuori dalla Grazia di Dio, come si suol dire, che però significa risorgere e vivere per l'eternità in una specie di solitudine o insomma in un modo poco beato (questo è il senso dell'inferno, e l'eternità dell'inferno è un dogma). Ma chi ha stabilito questo? Il fato, nella dottrina della Chiesa, non esiste. Ma affinché Dio sia giustificato, Sant'Agostino ritiene che il peccato si trasmetta con lo sperma, come un virus. Questo meccanicismo, però, non spiega perché Dio lo permetta. Allora, il geniale teologo San Tommaso, risponde che l'umanità è varia nelle persone ma una nella sostanza, un po' come Dio. Non ce ne siamo mai accorti, ma noi esseri umani siamo un'unica sostanza anche con i morti e i non ancora nati. E questa sostanza, per nostra disgrazia, è colpevole per l'azione del progenitore. Già, ma le azioni le fanno comunque le persone, perciò rimane ancora una volta che io non ho fatto volontariamente (quand'ero feto) quel primo peccato per cui sono nato nel peccato. Tommaso, allora, minimizza: non si tratta di una vera e propria condanna inflitta da Dio, ma di non aver ricevuto la Grazia. Dio non condanna al peccato, quindi, ma si limita, ogni volta che sulla terra si forma un concepimento umano, a insufflare uno spirito senza però donargli la Grazia originaria, per così dire 'sperperata' dai progenitori. E pare che la più blanda delle ipotesi, sia vivere per l'eternità nel limbo (L'inferno, ultimamente, per i neonati non battezzati è stato commutato in limbo).
E se invece, nascere nel peccato, non avesse conseguenze irrimediabili? Ad esempio Dio potrebbe giudicare in base all'amore di ognuno, o alle opere, o alle intenzioni, oppure salverà tutti e l'inferno ci sarà ma vuoto, o magari avrà un limite temporale e via dicendo. Al di là del nugolo di dogmi calpestati e di relative scomuniche che piovono su simili posizioni, in qualunque caso: se la conseguenza di nascere nel peccato, è blanda, temporanea, rimediabile, la Chiesa è superflua: perciò i suoi obblighi sono vessazioni arbitrarie. Questo dilemma, razionalmente mi pare abbia due sole soluzioni possibili:

1.ritenere Dio ingiusto
2.degradare la Chiesa a arbitraria istituzione umana

Viene invece risolto dalla teologia attraverso una serie di 'misteri', cioé di dogmi razionalmente incomprensibili: Dio rimane onnipotente e buono, la Chiesa rimane necessaria alla salvezza, ogni essere umano nasce nel peccato pur non avendolo commesso personalmente, ma riguardo alle conseguenze di questa condanna, non ci è dato sapere.
La fede, sostenevo sopra, non ama la ragione. Ma io sì. Perciò sono convinto che, se anche la fede non è razionale, chi crede ha delle ragioni per farlo. Perciò le aveva anche Madre Teresa, e noi le possiamo scoprire.
Ma non sono le ragioni della fede: sono le ragioni della psiche umana.




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