l'ingenuità di Aristotele


Aristotele è un dei filosofi più saggi dell’occidente antico.
E’ preciso e attento ai dettagli (e i dettagli, in filosofia... non sono un dettaglio) pur restando sempre pragmatico. Ed è eccezionalmente sistematico: si è infatti occupato dell’intero scibile umano conosciuto dai suoi contemporanei (accidenti… è proprio quello che intendo fare io!), dalla politica alla botanica, dalla teologia alla medicina, con un profondo spirito di osservazione (raro ancora adesso, figuriamoci 2500 anni fa) e cercando di spiegarsi con chiarezza.
La sua etica (dedicata a Nicomaco, ma puoi leggerla anche tu cliccando qui) è davvero squisita, e addirittura... quasi comprensibile.
Ma Aristotele ha un difetto: l’ingenuità.
A sua discolpa teniamo conto che tutti i pensatori fino a Kant sono stati ingenui. (D’altronde cosa ci evolviamo a fare, noi, se avessero già capito tutto i sumeri?)


Kant contro tutti
Kant è una specie di spartiacque che separa il pensiero antico dal pensiero moderno, perché è il primo filosofo che dimostra i limiti della ragione umana. (In realtà li hanno intuiti in molti: Buddha, Gorgia, Cartesio, Hume… Ma Kant è stato il primo a spiegarne esattamente il funzionamento: hai presente il fenomeno e il noumeno, a priori e a posteriori, ragion pratica, ragion pura e categorie trascendentali? Il sadico che li ha inventati è lui)
Prima di Kant erano tutti convinti che la realtà fosse razionale, ordinata, cosmica (da cosmos: ordine). Dopo Kant… lo continuano a pensare tutti lo stesso, ma le persone intelligenti sanno di sbagliarsi! Il succo del discorso è: noi concepiamo il mondo attraverso la nostra ragione (categorie trascendentali), vale a dire che lo ‘razionalizziamo’, lo interpretiamo... quindi il mondo che ci appare, i fenomeni, sono 'deformati' rispetto a come sono in realtà. Kant chiama noumeno le cose in sé prima che finiscano nel nostro cervello e essere 'contaminate' dalla ragione. Ma siccome nessuno può prescindere dalla ragione per ragionare, (sarebbe come pretendere di essere coscienti quando dormiamo: per essere coscienti ci svegliamo e ciccia!) nessuno può conoscerlo, questo benedetto noumeno.
Incredibile: proprio Aristotele, un tipo così preciso, e che disprezzava i sofisti (e ancor più li disprezzavano i suoi seguaci) per poter dribblare questo piccolo problemino che forse ci sbagliamo tutti, si rivela il più furbo dei sofisti…


La logica aristotelica
Concedimi qualche gioco di parole: una dimostrazione non può servirsi di ciò che vuole dimostrare per dimostrarlo, perché se una dimostrazione partisse da ciò che vuole dimostrare (per dimostrare ciò che intende dimostrare) cadrebbe: infatti se deve ancora dimostrare ciò che intende dimostrare allora non lo ha ancora dimostrato e dunque assume come principio di dimostrazione l’indimostrato. Sembro partito, ma c'è gente che ci passò la vita, a discuterne: i latini medievali chiamarono questo errore petitio principorum, rifacendosi proprio a un assioma aristotelico: un prodotto della dimostrazione non può essere un principio della dimostrazione.
Se il filo del discorso si è attorcigliato ricorrerò a una metafora: lo scalatore che per non precipitare dalla montagna si aggrappa a se stesso, precipita dalla montagna. Quindi, se in logica si accettano solo dimostrazioni logiche e non si può utilizzare nella dimostrazione ciò che si intende dimostrare, la logica non può dimostrare se stessa: infatti, per dimostrare che la logica conosce la realtà (che l'universo è razionale, quindi) non possiamo farlo con dei ragionamenti perché impiegheremmo la logica, ma la capacità conoscitiva della logica è proprio ciò che si vuole dimostrare, e finché non lo abbiamo dimostrato non sappiamo se funziona, quindi siamo fregati.
Va bene, ma a noi cosa ce ne frega? Semplice: che le conclusioni di un ragionamento sono necessarie solo all'interno della nostra ragione... cioé stiamo assumendo a priori che la realtà rispecchi fedelmente la nostra ragione. Ce ne fottiamo di Kant, per dirlo chiaro e tondo.
(Approfondisci l'indimostrabilità scoprendo il trilemma di Münchhausen)


Il principio di non contraddizione

Aristotele è il primo grande scienziato del soprasensibile e tutto questo lo sapeva benissimo. Non aveva studiato esattamente Kant, ma si era imbattuto nello stesso problema: la metafisica aristotelica è scienza perché si basa su dimostrazioni logiche, ma sapendo perfettamente di non poter dimostrare la logica con ragionamenti logici, Aristotele la fondò...
Sulla confutazione dell'avversario! Più precisamente: il pilastro portante di tutto il sistema aristotelico è il principio di non contraddizione: ma il p.d.n.c. è fondato sull'impossibilità di dare un senso univoco al proprio pensiero senza implicitamente utilizzarlo. Per questo, il p.d.n.c. non necessita di dimostrazioni ma si basa sulla mostrazione dell'evidenza, ovvero: chiunque obiettasse lo farebbe dando un significato alla sua obiezione, contraddicendosi. E quindi vinci tu, pappappero!
E' doveroso notare, infatti, che ad Aristotele non incuriosisce soffermarsi sull'ipotesi che l'impossibilità di ragionare contradditoriamente possa nascondere un frattura tra il pensiero e il reale: non si sofferma a considerare la possibilità che il reale sia contradditorio e a trarne delle conclusioni; ma il perché di questo è ovvio: la metafisica è la convinzione che la ragione riflette la realtà e quindi che la realtà deve essere razionale!
Ma leggi le parole di Aristotele, dal quarto libro della metafisica.


E’ ignoranza il non sapere di quali cose si debba ricercare una dimostrazione e di quali, invece, non si debba ricercare. Infatti, in generale, è impossibile che ci sia dimostrazione di tutto: in tal caso si procederebbe all’infinito, e in questo modo non ci sarebbe affatto dimostrazione. (...) Tuttavia, anche per questo principio, si può dimostrare l’impossibilità in parola per via di confutazione: a patto però che l’avversario dica qualcosa. Se, invece, l’avversario non dice nulla, allora è ridicolo cercare una argomentazione da opporre contro chi non dice nulla, in quanto, appunto, non dice nulla: costui, in quanto tale, sarebbe simile ad una pianta. E la differenza fra la dimostrazione vera e propria consiste in questo: che, se uno volesse dimostrare cadrebbe palesemente in una petizione di principio: invece, se causa di questo fosse un altro, allora si tratterebbe di confutazione e non di dimostrazione. Il punto di partenza, in tutti i casi, (..) sarebbe che dica qualcosa che abbia un significato per lui e per gli altri; e questo è necessario, se egli intende dire qualcosa. Se non facesse questo, costui non potrebbe in alcun modo discorrere, né con se medesimo né con altri; se, invece, l’avversario concede questo, allora sarà possibile una dimostrazione. Infatti, in tal caso, ci sarà già qualcosa di determinato. E responsabile della petizione di principio non sarà colui che dimostra, ma colui che provoca la dimostrazione: e, in effetti, proprio per distruggere il ragionamento, quegli si avvale di un ragionamento. (...) Nulla vieta che la medesima cosa sia uomo e bianco e mille altre cose. Tuttavia, se si domanda all’avversario se è vero dire che questa cosa è uomo oppure no, deve dare una risposta che significhi un’unica cosa e non deve aggiungere, poniamo, che l’uomo è anche bianco e grande. Infatti, è impossibile numerare tutti gli accidenti, perché questi sono infiniti. (...) Quindi non deve rispondere che essa è uomo e è, insieme, anche non-uomo; a meno che, rispondendo così, non aggiunga tutti gli altri accidenti, tutti quelli che ha e tutti quelli che non ha all'infinito. Ma se fa questo, non può più discutere.
Coloro che ragionano in questo modo, sopprimono la sostanza e l’essenza delle cose. Infatti, essi devono, di necessità, affermare che tutto è accidente e che non esiste essenza dell’uomo o l’essenza dell’animale. (...) Ma se tutte le cose si dicono come accidente, non potrà esserci nulla che funga da soggetto primo degli accidenti, mentre l’accidente esprime sempre un predicato primo di qualche soggetto. Allora, necessariamente, si andrà all’infinito.
Metafisica, IV,4,1006a



La dialettica aristotelica
E' manifesto, leggendo questo passo, come il sistema aristotelico, di cui si sta trattando il pilastro portante, sia una rete di argomentazioni miranti a inchiodare un avversario durante una disputa dialettica. Il principio di non contraddizione non è dimostrabile ma, poiché l’avversario è costretto ad ammetterlo, allora... Allora è la realtà? Poiché la testa di qualunque avversario parla e pensa solo con questo principio allora questo principio è reale? Io stesso, per non contraddirmi, dovrei azzittirmi. Aristotele, certo, riesce a zittire chiunque.
Mi chiedo però se sia più delirante perdere una disputa filosofica cadendo in contraddizione fino al silenzio oppure pretendere di fondare la verità sul silenzio degli uomini.

Ideologia o ingenuità pervicace?
Perdoniamo al Filosofo una simile leggerezza, ma cosa pensare di Karl Otto Apel che ci prova di nuovo nel XXI secolo? Con il concetto di differenziazione trascendentale, Apel applica l'apriori kantiano (troppo complicato, tiriamo dritti) per introdurre la stessa argomentazione aristotelica spostandola sul piano semiotico (teorie sui segni della comunicazione; le ragioni, le regole e i limiti del linguaggio, sostanzialmente): "un enunciato che negasse le regole del linguaggio non sarebbe un enunciato." (Bertrand Russell risolve questo paradosso postulando che la verità del significato e del significante sono su due piani diversi)
Dicendo: "le parole non hanno significato" entro in questa contraddizione: se assumo la verità del significato di questa frase, devo togliere valore a tutte le parole, quindi anche questa stessa frase perde di significato autonegandosi, per così dire. Apel, quindi, sostiene che gli esseri umani, per dialogare, devono partire da un orizzonte 'trascendentale' (cioé apriori) indiscutibile.

"Dagli anni 70 ho sostenuto che una fondazione ultima – una fondazione pragmatico-trascendentale della filosofia pratica e teorica – è possibile. Habermas è molto distante da tutto questo. Negli ultimi anni egli sostiene un principio senza restrizioni secondo cui “tutto è fallibile”. Chi dice “Tutto è fallibile” rientra in questo gioco. Ma che cosa significa l’espressione “Tutto è fallibile”? Se non ci sono verità a cui si possano contrapporre delle falsità, non sarà possibile nessun discorso, nessun’affermazione, compresa quella secondo cui “tutto è fallibile”. Non posso dubitare se non presuppongo qualche certezza, qualche cosa che non può essere messo in dubbio.
"
K. O. Apel, Il paradosso del fallibilista

Grazie Apel, gentilissimo. Adesso sappiamo che per parlare condividiamo delle regole imprescindibili (sacre?). Da questa necessità umana, secondo Apel, possiamo fondare logicamente la filosofia, ovvero decidere che la realtà e la nostra logica vanno sempre felicemente a braccetto. Dormiremo sonni tranquilli, ma sarà il sonno della ragione: perché la realtà, molto prosaicamente, se ne strafotte dei postulati che noi mettiamo a guardia del buon discorrere.


Ma il mondo può davvero essere irrazionale?
Per esperienza, notiamo che la ragione spesso e volentieri funziona, perché è capace di stabilire delle leggi che spiegano la nostra esperienza. Quindi, possiamo essere certi che la nostra ragione si approssima alla realtà.
Ovvero possiamo escludere che il funzionamento della realtà sia completamente sghembo o incongruente con le logiche umane. Un motore e un computer non funzionano perché ci azzeccano a caso o a seconda dell'umore, della fretta o dei miei peccati carnali; i maghi dell’universo e le varie caste sacerdotali non sostituiscono gli interventi chirurgici con sortilegi e benedizioni... Ma il grado di questa approssimazione dovremmo avere la modestia di non darlo per scontato: possiamo essere certi che le leggi che noi riteniamo universali perché aderiscono ai fenomeni dell'universo conosciuto valgano ovunque, nei buchi neri o in altri universi? E anche nel nostro: siamo davvero certi che le particelle atomiche seguano comportamenti logici? Quando sono quasi cinquant'anni (mica ieri) che grazie alla meccanica quantistica si ottengono applicazioni concrete (il laser, il microscopio elettronico, perfino il mocroonde!) quindi con calcoli discreti di eventi supposti casuali, duali o influenzati dall'osservatore? Da una parte abbiamo uno spropositato numero di politici e popoli che danno per scontato cose come incarnazioni, reincarnazioni e angeli. Dall'altra molti scienziati sono tentati di ridurre il reale al razionale.
Siamo veramente una specie poco modesta, questo è certo.


Scommesse
Allora, che ne dici? Azzittire il cosidetto "avversario" è un presupposto abbastanza serio da spingere a giocarsi la vita sulla certezza che la realtà si sottometta agli stessi principi a cui si sottomette la testa umana? Con tutto quello, inoltre, che la mia testa sa di non comprendere: l'infinito, il divenire, l'energia e il tempo... (E neppure la mia morte)
Certo, continuo a pensare razionalmente come te, ma piuttosto che considerarmi più forte di Atlante e pretendere di reggere l’intero universo sui concetti della mia testa (o sui sogni della fantasia), ammetto i miei limiti. Aristotele e Apel, evidentemente no.

... Se invece li accetti anche tu, perché allora non andiamo a dirne quattro pure a Platone?


Prova a leggere: >> L'iperuranio e la morte



Se invece ti interessano le mie opinioni: >> feliciologia.it

Dal punto di vista del metodo metafisico è questa, probabilmente, la più cospicua scoperta aristotelica (peraltro preparata da Platone): le supreme verità irrinunciabili sono quelle che, nel momento stesso in cui uno le nega, è costretto a farne surrettizio uso, proprio per negarle e, dunque, le riafferma negandole. E' questo l'agguato che tendono le verità metafisiche cui l'uomo non può sfuggire: esse si riaffermano con prepotenza nel momento stesso in cui si cerca di calpestarle.
Giovanni Reale, Introduzione alla Metafisica, p.48


Non so proprio comprendere quale conforto si possa trarre, per i nostri affanni, da tutto questo ingarbugliato metafisicare.
Bertrand Russell, Perché non sono cristiano, V


Non possiamo mai andare al di là dell'esperienza, e qualunque ipotesi pretendesse di scoprire le ultime e originarie qualità della natura umana, la dobbiamo condannare come presuntuosa e chimerica.
David Hume, Trattato sulla natura umana, I, p.10









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